| Istituzione
di un centro sperimentale di ricerca sul suono, considerato in funzione
delle esigenze compositive più avanzate, e sull’interazione
tra fenomeni acustici, ottici e gestuali.
Un centro di tal genere che nel rapporto tra Maestro e Assistente si ispira
alla dinamica delle “Botteghe d’Arte” italiane del Rinascimento,
è fondato sull’esigenza di offrire un luogo di operazione
comune a diversi gruppi di lavoro, attivi ciascuno secondo la propria
disciplina (Elettroacustica, Meccano-plastica, Coreografia, Musica). Per
ciascun membro del gruppo ciò comporterà il vantaggio d’uno
scambio istantaneo di esperienze individuali e l’aiuto teorico-pratico
relativo alla conoscenza e al dominio dei vari campi di specifica competenza
di ogni singolo partecipante, sia esso maestro o apprendista.
Ciascun gruppo (o cellula) sarà composto da un Maestro e da un
numero limitato di Assistenti (o apprendisti), il cui scopo sarà:
1°) elaborare un progetto comune; 2°) collaborare all’esecuzione
d’un progetto proposto alla comunità da uno dei gruppi di
lavoro oppure 3°) completare e sviluppare una idea (o tema) fornita
dal Maestro.
Se è vero che in maniera diretta o indiretta la società
attuale tende sempre più a costringere l’individuo al consumo
passivo; se è parimenti dimostrabile che il progressivo, rapido
declino dell’artigianato (dell’attitudine al lavoro manuale)
provochi come conseguenza inevitabile la diminuzione dell’iniziativa
individuale e quindi - tout court - della fantasia, della facoltà
di inventare; se è purtroppo fatto assodato che le discipline artistiche
(la musica, in particolar modo) sono di giorno in giorno sempre più
condizionate da meccanismi commerciali (e mi riferisco non soltanto alla
fruizione dell’oggetto musicale, al suo consumo, ma in particolar
modo alla progettazione e alla costruzione degli strumenti, i quali vengono
creati esclusivamente in funzione d’un certo tipo di fruizione,
molto meno “spontanea” di quanto non si voglia far credere!);
se tutto ciò non fa altro che provocare clichés, stereotipi,
ripetizione meccanica di quanto sia già stato detto e fatto, fino
alla sterilità totale, gli scopi di tale Centro saranno i seguenti:
A) Colui che agisce,
l’artista, non dovrebbe soltanto essere messo a confronto con i
principi teorici base della disciplina eletta; sarebbe di capitale importanza
se fosse egli stesso praticamente in grado di organizzare con assoluta
libertà i propri strumenti, ovvero i materiali necessari alla realizzazione
dell’oggetto e di dominarne nei minimi particolari le tecniche relative.
Tali materiali - siano essi strumenti acustici o elettronici la differenza
non è molta - sono infatti sistemi chiusi ed esercitano, sulla
fantasia dell’artista, un’analoga costrizione. Gli strumenti
acustici tradizionali, infatti, sono sempre meno in grado di rispondere
alle esigenze dell’artista nuovo, non fosse altro per il peso d’una
tradizione che splendida e gloriosa quanto si vuole, anzi in ragione diretta
d’un tale passato splendore, guida inesorabilmente il procedere
del compositore lungo il cammino del già fatto e lo spinge con
forza torrenziale in un groviglio di detriti, affogandolo in un mare di
soluzioni scontate.
D’altro canto Il mezzo elettronico, nato per ovviare lodevolmente
ad un tale stato di cose, per ragioni varie sembra peggiorare la situazione:
quando i nuovi sistemi elettroacustici non tentano di scimmiottare le
caratteristiche dei loro predecessori acustici (ci si vergogna quasi a
menzionare un caso del genere!), essi ne propongono un’alternativa
inaccettabile, d’uno squallore deludente. Aggiungo subito che dal
dopoguerra ad oggi, per verità, con questo mezzo - che è
in quanto tale, come qualsiasi altro, assolutamente legittimo, mi affretto
a dirlo! - alcuni compositori hanno prodotto opere validissime. Poche,
però; tanto poche che a contarle bastano le dita d’una sola
mano.
Ma questo non è il male peggiore. Nel nostro secolo moderno e contestatore
sono molti coloro che hanno dichiarato decaduto il vecchio ruolo del capolavoro
polveroso e cinto di alloro; né io mi affanno a proporre la costituzione
d’una Bottega di Capolavori, sia ben chiaro!
Va bene che la recente geniale applicazione del voltage control a generatori
elettroacustici interattivi provochi, come risultato finale, degli automatismi
sonori ritmicamente periodici non compatibili esteticamente con i criteri
d’una musica informale; accetto anche - sia pure di malavoglia -
che tanta musica “elettronica” sia fonicamente povera e forse
costituzionalmente arida; quello che non mi sento assolutamente di accettare
- e in questo modo torno al tema centrale di questo “manifesto”
- è che il compositore il quale a torto o a ragione si munisca
di nuovi mezzi di produzione sonora, debba farlo aspettando gli scarti
d’una cultura, o meglio d’una subcultura accreditata e ufficiale
che agisce soltanto in funzione d’uno scopo commerciale. Per tale
scopo vengono progettate le nuove macchine: l’artista attenda e
si contenti delle briciole.
Mi permetto di ricordare qui che tali esigenze e una tale rivendicazione
di indipendenza, di libera scelta, che appaiono rivoluzionarie in musica,
in altri campi dell’attività artistica, come ad esempio nella
scultura, sono da sempre un fatto ovvio e scontato. Ed effettivamente,
quale scultore consentirebbe a costringere le proprie idee entro il cliché
di materiali preordinati, di matrici sulla cui costituzione egli non potesse
avere alcun influsso? Crediamo forse che egli sarebbe propenso ad accettare
inoltre l’equazione materiale nobile = risultato artistico valido?
(dico ciò anche a prescindere da quanto la cosiddetta “Arte
povera” ci ha esemplarmente insegnato). Bene: l’una cosa e
l’altra vengono direttamente o indirettamente imposte oggi al musicista.
Soltanto colui che per una ragione o per l’altra abbia la facoltà
di servirsi di mezzi accreditati sul piano ufficiale o professionale (come
se fosse sufficiente acquistare uno Steinway per usarlo bene e “professionalmente”!)
viene considerato e ascoltato, anche se la musica da lui donata alla comunità
è di scarso valore.
B) Al compositore,
all’artista visivo, all’uomo di teatro dovrà essere
offerta una piattaforma comune nel cui ambito siano possibili tanto la
collaborazione pratica quanto il reciproco scambio di informazione teorica.
In tal modo, da parte dei vari artisti partecipanti all’iniziativa,
l’idea verrà elaborata contemporaneamente fin dallo stadio
iniziale e gli sviluppi di essa saranno veramente frutto di un lavoro
interdisciplinare “reale”, non di una situazione d’emergenza
o di comodo.
Pensiamo per un momento alla genesi di tante produzioni teatrali d’oggi:
a seguito d’una occasionale commissione, un coreografo, un compositore
ed un artista visivo elaborano, ciascuno per proprio conto, un certo numero
di idee (se non addirittura un lavoro “interdisciplinare”
completo). In pochi giorni di prove, sotto la copertura ipocrita ma provvidenziale
della fretta, viene coordinata alla meglio una fusione di singoli atti
creativi concepiti separatamente e non funzionalmente: non collegati,
cioè, dal denominatore d’una funzione comune che ne giustifichi
la legittimità reciproca.
C) Tentare di risolvere con mezzi artigianali, quindi non codificati ma
legati all’invenzione - s’è già detto -, la
contraddizione ormai giunta a livelli allarmanti nel mondo occidentale:
da un lato il favore che le giovani generazioni tributano ai nuovi vertiginosi
sviluppi delle nuove forme di tecnica elettroacustica, dall’altro
la stanchezza generata dalle “avanguardie storiche” che tali
forme, negli anni ormai lontani del dopoguerra, hanno previsto ed in più
d’un caso determinato secondo schemi già rivoluzionari, ora
divenuti archetipi sempre più irrigiditi in formule accademiche.
D) Creare in pari tempo uno strumento didattico efficace che riassuma
in un unico e simultaneo atto sinergico le due fasi dell’apprendere
e del fare, la dottrina astratta e la produzione, le quali nei nostri
sistemi scolastici sono radicalmente separate e spesso addirittura in
opposizione se non anche in aperta e deleteria contraddizione.
E) Dimostrare un impegno sociale in termini concreti, vale a dire per
il fatto di partecipare ad un collettivo che agisca dapprima di comune
accordo allo scopo di rendere possibile un evento composito portato a
compimento senza trucchi né infingimenti, commettendolo poi ad
un “luogo” dell’ascolto dove ci si riunisca per amore
dell’oggetto in sé, non per ciò che si riesce a ricavare
da esso. E questo senza scimmiottare alcunché, senza imitare passivamente
estetiche appartenenti ad un passato irripetibile, nate per soddisfare
una società molto diversa da quella attuale.
Questo breve esposto, che riassume le esperienze da me compiute nell’affrontare
individualmente e in maniera affatto isolata non la costruzione di nuovi
strumenti in quanto tali (come talvolta occorre a qualcuno d’osservare
superficialmente) ma, per quello che riguarda i miei interessi diretti
di compositore, come alternativa – ripeto – all’atto
del “comporre prefabbricato”, tenta di puntare sul fare artigiano
quale possibile evasione da un sistema a mio avviso non giusto. È
questo ciò che io suggerisco: la ricerca d’un modo se non
nuovo almeno rinnovato di considerare la vecchia Arte - da alcuni data
per morta - conferendole nuovi e vitali contenuti.
*Mario
Bertoncini, 1968 / 1975. Tale proposta, portata da me in un primo viaggio
a Berlino a conoscenza dell’allora direttore del Deutscher Akademisch
Austauschdienst (DAAD), Peter Nestler, venne realizzata nell’ambito
dell’Università McGill di Montréal, Canada, nel ‘75
e ‘76. Come conseguenza di tale lavoro biennale, un gruppo scelto
dei miei allievi, dapprima chiamato MUD poi ribattezzato SONDE, fu attivo
per più di dieci anni sulla scena internazionale con produzioni
teatrali e musicali, agendo secondo le direttive esposte da me in questo
scritto.
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